5 luglio 2018, The Unknown decide di uscire dalla comfort zone e si fionda a capofitto in un impresa fuori dall’ordinario.

Mi dirigo verso Rimini, il viaggio è, come al solito, una tortura, il caldo non mi fa respirare, anche se alle spalle mi sono lasciata una Bologna che definire uggiosa è un eufemismo, e così, dopo una valigia sul ginocchio, una bottiglia d’acqua finita e mille brontolii del mio stomaco affamato, giungo a Rimini, dove mi attende una piadina calda, un giro in centro e poi dritta in direzione Rimini Fiera. Sorvoliamo sul diluvio che colpisce in pieno la città due istanti dopo aver messo piede sull’autobus, e che, per di più, ha anche fatto tremare i fan in attesa e sorvoliamo pure sulla fermata sbagliata e sui circa 10 km fatti a piedi nel bel mezzo della campagna, giungiamo direttamente a ciò che succede dopo il disastroso arrivo.

All’apertura delle porte non sono molte le persone che ci troviamo davanti, ma la venue si va riempiendo pian piano sempre di più fino a raggiungere un numero più che soddisfacente di persone. Caparezza, alle nove in punto, forse qualche minuto più in lì, sale sul palco e sfoggia fin dall’intro, Minimoog, la stravaganza e la spettacolarità dei suoi show. E così, dopo catene di montaggio, luci e colori, inizia il vero show con L’Infinito, primo brano della scaletta estratto dall’ultima release, Prisoner 709. La title track è la seguente e la testa più riccia d’Italia si destreggia alla grande tra passerella e cerberi, mostrando al pubblico quella sua enfasi da ragazzino.

Ma prima di scendere nei meandri del live parliamo di quella me ragazzina che si appresta, per la prima volta in tutta la sua vita, ad andare ad un concerto “grande” solo in compagnia degli amici, quel concerto era proprio di Caparezza, avevo lasciato alla cassa 12 euro scarsi e mi ero ritrovata in transenna nonostante fossi arrivata a cinque minuti dall’inizio del concerto. Inutile dire che quello del 2018 è un Caparezza 2.0, non tanto nella musica, non tanto nello show in se, le coreografie le ricordo anch’io, forse un po’ più ridotte, ma le ricordo anch’io, è un Caparezza 2.0 perché mi sembra ancora più genuino sul palco, mi sembra di vederlo ancor di più nel suo abitat, un Caparezza ancor più consapevole di ciò che propone al suo pubblico. E questa sensazione l’ha trasmessa nelle tracce dell’ultimo album, ma anche nelle vecchie a dimostrazione del fatto che non è la musica che segue un percorso tutto suo, nella maggior parte dei casi indirizzata da una moda ben definita, ma è l’artista ad adattare la propria musica al suo essere, in modo da rendere una canzone del 2006 ancora attuale.

Lo show continua tra balletti, cori e gli immancabili discorsi di presentazione per buona parte della setlist, setlist che si snoda tra le ultime perle e i classici della sua discografia, tra temi vari, ricchi, nulla lasciato al caso, ma che non risulta mai troppo calcolato. Tra richiami alla storia antica, Sono il tuo sogno eretico, ma anche alla storia che possiamo ritenere più vicina, La rivoluzione del sessintutto, tra tematiche d’attualità sociale che si snodano tra immigrazione, Vengo dalla luna, ed emigrazione, Goodbye Malinconia, ma anche tra quella nota di ordinarietà che appartiene a lui come al suo ascoltatore medio, basti pensare a quanto sia facile rivedersi in canzoni come La mia parte intollerante, che aprendo una piccola parentesi in quel lontano 2010 non avevo sentito, o Abiura di me.
Se si pensa alla ricchezza di contenuti, in un connubio perfetto con la ricchezza di fronzoli sul palco, non è facile immaginare che tutto questo arrivi da un artista italiano, invece, almeno per una volta nella contemporaneità della musica italiana, dimostriamo di saper fare ancora qualcosa.

Non ho mai visto così tante facce allegre tutte insieme, trovo che si sia creata un’atmosfera di vera intimità, nessuno era in fondo la venue, si era tutti insieme, uniti sotto un unico cielo che ormai era spoglio da ogni nuvola, c’era un non so che di teatrale nel vedere i balli tra il pubblico contrapporsi a quelli del corpo di ballo, come è stato stimolante vedere, ma sopratutto sentire, una band suonare dal vivo, così come i cori, tutto super autentico e genuino, uno show che visto esternamente, con un occhio solo alle foto, sembra solo l’ennesima messa in scena per attirare l’attenzione, ma nulla era fatto senza uno scopo, sebbene possiamo essere perfettamente consapevoli che le presentazioni alle canzoni fossero già scritte non suonavano false, ma incorniciavano perfettamente quei momenti di attesa che sembravano più degli spazi per ascoltare un vecchio amico raccontarci qualcosa della sua vita.

E’ stato un concerto fuori dall’ordinario per noi, ma straordinario per tutti, la setlist impeccabile, non penso mancasse nulla, se non Chi se ne frega della musica, ma va comunque bene perché non è mancato altro, ho ballato, ho saltato, ho cantato, e se ancora credete che questa sia un’inclinazione musicale incapace di regalare emozioni chiedete a Caparezza come si fa ad emozionare un pubblico, chiedetelo a lui, lui che canta “non so piangere in pubblico per bucare lo schermo”, ma che fa piangere te.

Ah, piccola nota al margine, pochi artisti riescono a tenere in piedi uno show da più di due ore con più di venti canzoni in scaletta, quindi un grazie alla testa riccia che ancora una volta mi ha offerto uno spiraglio di diversità come pochi sono mai riusciti a fare.

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