report e foto di Matteo Pizzuti

Perfetto. Al secondo report mi accorgo che la stagione è inoltrata, quindi sono totalmente nel mood.
Stavolta niente trasferte, rimango a Roma, vicino casa. Quasi.

Si torna allo Spartaco, di cui avevo già parlato sul report del Till Death Fest. Mi aspettavo parecchio, vista la soddisfazione provata l’ultima volta. Mi aspettavo parecchio, e mi è tornato indietro ancora di più.
Ora, non starò a descrivere come al solito band per band, perché erano tredici, il festival andava dalle cinque del pomeriggio fino alle tre di notte circa, quindi mi risulta difficile ricordarmi di ogni band e di tutte le cose successe con ordine e chiarezza. 

Il Go! Fest, giunto alla sua nona edizione, è conosciuto a Roma e non solo, vista la vasta affluenza di gente dal Nord e dal Sud, per essere il festival che mette d’accordo punkettoni e metallari. I generi trattati vanno dal metal estremo, come death e black, fino all’hardcore più classico, con tutte le sfumature che si possono trovare in mezzo, in particolar modo grindcore e crust.
E’ conosciuto anche per dar spazio sia a band emergenti più giovani e locali, sia per far suonare una o più band considerate storiche. In questa serata, non è raro che dei gruppi di ventenni appena formati si ritrovino a condividere il palco con alcuni dei gruppi che più li hanno ispirati, e questa cosa è a dir poco ammirevole.

Arrivo poco prima dell’inizio e già c’è una bella affluenza, molto positivo, vuol dire che non sono tutti lì per i dinosauri.
Ecco, ho detto dinosauri, la parola giusta con cui iniziare a parlare del primo gruppo. Loro sono i Thecodontion, da Roma. Suonano un black metal dal sound caratteristico. La loro formazione non prevede chitarre, bensì due bassi. La band ha il pallino della preistoria e la cosa mi gasa un casino, essendo un malato di questa materia. La presenza scenica di G.E.F., il cantante, è ottima. Inoltre chiudono l’ultima canzone con delle note prese alla colonna sonora di Jurassic Park, non potrei mai parlarne male.

Da lì è tutta una rotazione di grindcore e power violence. Con gruppi come gli Inglorious Basterds del Basso Lazio, i Double Me di Padova, i Bolognesi Repulsione, un applauso a quella macchina del batterista, e gli Horsebastard di Liverpool. Qualche band me la perdo, gli olandesi Gewoon Fucking Raggen ed i Milanesi The Seeker, tra una cena, una birra e una chiacchiera, ma non posso pretendere di stare lì attento per 7/8 ore ininterrottamente.
Mi vedo per intero il set degli Israeliani MooM. Rimango veramente impressionato. La cantante Sima lancia degli urli lancinanti, il loro hardcore è bilanciato tra influenze inglesi e americane, si sente il crust, si sente il power violence. Veramente un set splendido. 

Ecco che arriva il momento delle due star. Gli Asocial e gli Avskum. Entrambi dalla Svezia, entrambi dagli anni ’80. Le due band, storia del d-beat svedese, riempiono la sala concerti dello Spartaco, è pieno di gente dal palco fino alla postazione del fonico. Entrambe reggono il palco benissimo, il pubblico risponde alla grande e, pogando, sembra trasformarsi in un unico grande organismo che si contorce.

Finiti anche gli Avskum, parecchia della gente se ne va, ma rimangono tre band per i sopravvissuti. I Coffin Birth, che con il loro death metal old school e l’headbanging del cantante continuano a smuovere il pubblico fino allo sfinimento. Perdo metà set dei romani Dromspell (crust /d-beat) per riprendere aria, quando rientro noto che il pubblico rimasto non ha mai pensato di arrendersi.

Con l’ultimo gruppo la serata prende tutta un’altra piega. 
Arrivano gli Ira. Vi ho già parlato di loro, quindi non sto a parlarvi di che genere fanno o di come suonano. Sto qui a parlarvi delle meravigliose circostanze che si sono create durante il loro set. Io ero mezzo ubriaco, ma facciamo anche ¾, dopo svariate birre e shot di limoncello all’habanero, provatelo, vi toglie la vita; continuando a fare foto in condizioni pietose, mi accorgo, verso metà scaletta che al bassista salta una corda. Come si fa ora? Quello che è successo dopo potrei descriverlo come una delle cose più belle che abbia mai visto ad un festival. Il bassista accantona il basso e prende un microfono, chitarrista e batterista cominciano ad improvvisare cover a casaccio, da Dammit a Master Of Puppets, il cantante scende e regala il microfono al pubblico, e io credo che d’ora in poi, quando andrò a vedere gli Ira, saboterò il loro basso, perché ormai mi aspetto sempre qualcosa del genere. Lo pretendo.

Il concerto finisce. Sono tipo le tre, forse più tardi. Sono ubriaco, distrutto e senza voce, e mi fischiano le orecchie. Meno male che non guido io.


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