Che voi ascoltiate punk, hardcore, emocore, pop punk o ska, scommetto che vi starete chiedendo come mai i PUP, band canadese con tre album alle spalle, siano tanto chiacchierati e acclamati, cosa li rende la band rivelazione del momento?
Senz’altro un sound ricercato, un’intensa empatia con il pubblico e lo spirito genuino di chi vuole semplicemente suonare ciò che gli dice il cuore.
Nella nostra chiacchierata con Steve cerchiamo di capire cosa si cela dietro il processo creativo del loro ultimo album e cosa si intersechi nelle loro canzoni, rendendole così viscerali.

“Vedi, siamo solo cinque ragazzi chiusi in uno scantinato che sperimentano con la musica, ripensando al periodo passato in studio durante le registrazioni di Morbid Stuff ricordo che una cosa era importante, mettere del nostro in tutto ciò che facevamo”, così Steve mi spiega come Morbid Stuff per loro sia stato un periodo di alti e bassi, mettere squarci della propria vita, abbassando le difese e rendendo, attraverso la musica, tutto più vulnerabile, è il perno che ha dato vita al processo creativo, lasciando alla band la libertà di influenzare la propria musica con stralci di vita quotidiana. “E’ stato bello ritrovarci insieme a scrivere, anche perché per noi era la giusta musica, sapevamo di star prendendo la strada giusta, sapevamo che il disco stava venendo esattamente come volevamo noi e credo che abbiamo realizzato il nostro album migliore.”

Tra un sorso di birra e un altro entriamo nei dettagli della loro ricerca viscerale per tutto quello che può essere utile alla gente, la loro musica raggiunge tutti perché parla di tutti, “parla di problemi reali, di quel che dobbiamo affrontare tutti noi“, e a tal proposito entriamo in una curiosa conversazione sul suonare a chilometri di distanza da casa, portare in giro per il mondo la propria musica, in modo che possa raggiungere tutti, non è pretenzioso, è un qualcosa conseguente a scelte musicali egregie.
“Nessuno di noi avrebbe potuto immaginare che avremmo suonato a chilometri di distanza da casa”, continua, “è incredibile vedere la gente cantare le nostre canzoni, che siano in Canada, in Europa, in Australia o in America.” Come nessuno di loro avrebbe potuto immaginare il sold out sulla West Coast, definito da Steve come “inimmaginabile, è stato fantastico svegliarmi e scoprire che avevamo fatto sold out su tutta la costa”.

La vita in tour è un cardine del corso di ogni band, fa parte dell’andamento naturale delle cose e per Steve ogni viaggio, ogni luogo, ogni incontro segna qualcosa di importante, sia da un punto di vista professionale che personale, “mi piace viaggiare, vedere nuovi posti, sentire nuove lingue, l’Europa è uno dei posti che preferisco, ma credo che tutti i viaggi mi lascino dentro qualcosa, la vita in tour è movimentata, ma mi piace”. Gli chiediamo come sia andata sul palco del Bay Fest, sul quale si erano esibiti poche ore prima, “E’ stato fantastico, purtroppo siamo stati presenti solo oggi che abbiamo suonato, ma ho visto una bella atmosfera” mentre del pubblico del Bay Fest dice “sono stati eccezionali, non me lo aspettavo”.
“Mi piace molto l’Italia”, continua “a tutti noi piace molto, siamo entusiasti di poter tornare a Novembre, qui c’è dell’ottimo cibo e la gente è così cordiale.”

A tal proposito, se anche voi non vedete l’ora di un altro PUP DAY ci vediamo il 15 novembre al Circolo Ohibò di Milano con Sløtface in apertura.

Tutti noi abbiamo un bisogno impellente di musica forte, musica disperata, disperata come sei tu in questo momento, tu che non sai cosa fare, come andare avanti, come uscire fuori dal casino in cui tu stesso ti sei infilato, hai bisogno di scelte genuine, di gente genuina, di musica genuina, e i PUP ce ne danno un assaggio, tanto siamo tutti un po’ emo, no?

“Per quanto riguarda il futuro vogliamo continuare a suonare, fare musica, stare su un palco. Siamo sempre al lavoro e ci piace sperimentare e provare, non vogliamo fare piani, ma fare solo le cose per bene”.

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