Live report: Bad Religion live @ Circolo Magnolia

Di: Carlo Alberto Rosso in arte (King) Mob o Andrea Rocco.
Assonometria cavaliera… quando ascolto i Bad Religion penso sempre all’assonometria cavaliera.
Al liceo – nelle materie in cui bastava studiare – avevo la media del 7, mentre in quelle in cui bisognava ragionare avevo la media del 5 e mezzo. L’unica materia in cui potevo sfoggiare un fantastico 10 era disegno tecnico (unito a storia dell’arte).
Il sabato mattina era giorno di lezione quindi il venerdì pomeriggio per me era una vera festa: scrivania in massello di faggio, Fabriano A2, matite 2B e 2H rigorosamente Koh-I-Noor, squadrette, retini adesivi e lettore CD Panasonic con 24 secondi di anti-shock. La colonna sonora era gentilmente offerta dal fratello di un mio compagno di classe che nel 2003 – in quanto unico possessore di una connessione ADSL – era riuscito ad arrotondare la paghetta settimanale buttandosi nel business della masterizzazione di CD-R a 5 euro l’uno (spesso e volentieri con tracklist sbagliate).
La mia cultura punkrock la devo al suo business a dir poco illegale… nonostante io sia cresciuto pensando che Lower facesse parte di Pump up the Valuum.
Il mio primo incontro con i Bad Religion è stato proprio grazie ad un investimento di 35 € che mi è valso: Suffer, Against the Grain, Generator, Stranger than Fiction, No Substance, The New America e The Process of Belief… quest’ultimo rimane tutt’oggi il mio disco preferito dei Bad Religion. Ricordo ancora con nostalgia i miei venerdì pomeriggio con i Bad Religion nelle orecchie e l’assonometria cavaliera nelle mani, negli occhi e nel cuore.
Nonostante questa fase felice dell’adolescenza, posso affermare che ad oggi non avevo ancora visto i Bad Religion live… chi mi conosce lo sa (cit.). La mia è sempre stata una scelta consapevole, la classica scelta del filosofo improvvisato che rifugge i concerti grossi perché le transenne e la troppa gente distruggono ciò che di buono c’è nel punkrock, ovvero l’abbattimento delle barriere fra pubblico e artista.
… e non vi dico quando lessi per la prima volta “Costretti a sanguinare” che viaggi mi sono fatto fra comitati C.O.B.R.A., psicogeografia, détournement da 4 soldi e slogan facili (grazie 5° Braccio).
Sono passati 15 anni e ora se un concerto non ha almeno 150 persone non posso fare altro che reputarlo una IBR Night, ovvero l’abbattimento delle barriere fra pubblico e artista diventato talmente reale da aver ammazzato di noia sia l’una che l’altra parte. Alla fine quando cresci capisci che le cose belle è meglio farle in tanti. Tutte quante… anche all’amore.
Per riassumere… dopo 15 anni di ascolti serrati e pippe mentali mi sembra doveroso recarmi al Magnolia e vedermi per la prima volta i Bad Religion, complice il fatto che sono l’unica band punkrock che piace anche alla morosa. Tombola!
Tutto ad un tratto mi ritrovo in fila davanti alle ottime cucine del Magnolia e non posso che notare l’età media dei presenti… dire over 30 sarebbe troppo poco preciso. Fra la folla ho visto uomini talmente attempati che andavano in giro a chiedere se Trento e Trieste fossero diventate finalmente italiane. Capisco non ci sia ricambio generazionale ai concerti dei Mega, ma speravo che i Bad Religion calamitassero un po’ di teenagers brufolosi con le t-shirt dell’anarchia che un tempo si compravano su Carnaby Street assieme ai posacenere di Bob Marley.
Ma ecco ad un tratto comparire fra la folla gli spezzini Seventy5 che gettano il cuore oltre l’ostacolo autostradale e – brillando di giovinezza spavalda – si materializzano a Milano tenendo alta (anzi altissima) la bandiera del punkrock dei prossimi 10 anni. Un sorriso mi si stampa in faccia, ma ovviamente non li saluto perché certe cose preferisco farle sull’Instagram o attraverso un live report scritto da dietro il mio bel tastierone del PC… credo che mi berrò un “Tab” (cit.).
Aprono le danze tali GIS che – come da addestramento – colpiscono duro senza lasciare traccia del loro passaggio.
Alle 21.30 mi piazzo alla sinistra del mixer proprio come il vecchio quale sono e inizio fare una Instagram story di ordinanza tanto per non sentirmi solo in mezzo a circa 500 persone. Tempo 1 minuto e la “story” è già stata vista da 24 contatti… ok, ora tutti sanno dove sono, mi giro verso il fonico e con un gesto quasi impercettibile gli faccio intendere che possono procedere con lo show.
Bay Fest 2017.
Nell’aria si diffondono le note di una My Sharona in versione tipo “midi” e nel frattempo sul palco salgono Jay, Brian, Greg, il batterista nuovo (anche se per me è tutto nuovo) e un tizio anziano vestito come i turisti americani sul lago di Como.
A posteriori scopro che il tale si chiama Mike “il Serbo” e sul suo Instagram ha condiviso una foto di Johnny Thunders quindi è un tipo molto ok, ma con un pessimo gusto nel vestire. Ovviamente detto da me che ero allo show in polo della Guess.
Parte il concerto con Overture and Sinister Rouge (grazie setlist.fm) seguita da Fuck you, ma il pubblico
inizia davvero a scaldarsi quando attaccano con 21st
Century Digital Boy e qui mi viene subito in mente la proiezione ortogonale del tronco di piramide a base quadrata e la mia prof di arte che mi riempie di complimenti per la maestria con cui appiccico i retini.
Pochissime pause fra una canzone e l’altra e il mio cervello decolla quando partono I want to conquer the world, Anesthesia e Generator… anzi qui mi vengono proprio i brividi perché il corame californiano è a dir poco pazzesco e dalla mia posizione mi sembra di ascoltare tutto attraverso il mio vecchio Panasonic. Tuttavia – non volendo fare quello che si accontenta troppo facilmente – mi giro verso il fonico e gli faccio il gesto di tirare su un po’ cassa e rullante. Lui mi pettina con un rutto al sapore di Maalox.
Ora che cassa e rullo picchiano per bene, mi ritrovo ad impazzire (interiormente) sul trittico preso da The Process of Belief e inizio ad aspettare con impazienza – e con qualche anno di anticipo – il momento in cui faranno un tour per suonarlo tutto. Chiudono una scaletta bella tirata con Sorrow e American Jesus, ma tutti sanno che l’encore sta per arrivare e nessuno sta più nella pelle.
Nella breve pausa in cui la band si ritira nel backstage per far pippare Baker, io ho il tempo di entrare in modalità cagacazzo e – potendomi basare solo sui CD – mi convinco che i pezzi più veloci siano stati rallentati un tantino dal nuovo batterista tamarro… giusto quel paio di bpm che però riescono a fare la differenza fra un pezzo (e non sto più parlando della coca di Baker) fatto alla grande e un pezzo fatto alla Speciani. Per chi non lo sapesse il bpm è l’unità di misura dei rasponi.
A fianco a me c’è un veterano – o forse farei meglio a dire un reduce – e ne approfitto per chiedergli se anche con quel pacioccone di Bobby Schayer fossero un po’ affaticati su certi passaggi. Lui per tutta risposta mi urla in faccia un “Savoia!”.
E tutto ad un tratto è il silenzio.
Un roadie sale sul palco, stacca il bandierone con il logo della band e al suo posto compare il bandierone con la copertina di “Suffer”. Il momento è effettivamente emozionante nonostante tutti sapessero – grazie ai social – che sarebbe successo.
La band torna sul palco e – senza troppi giri di parole – attacca con tutti e 15 i pezzi di Suffer. Il pubblico esplode ed è un tripudio di ditina alzate verso il cielo del Magnolia (altre cose che avvengono sotto il palco – da dove sono io – non riesco purtroppo a vederle). Però fra il pubblico scorgo un “parterre de rois” composto da Paletta Punkreas e da un sosia di Andrea Roccia vestito come Mark Hoppus nel video di M+M’s.
Torniamo a noi.
A risentire sto dischetto fatto live mi viene da pensare che i pezzi più fighi se li erano giocati già tutti nella prima parte dello spettacolo, ma è solamente “il filosofo” che c’è dentro di me a parlare, quello che per 15 anni si è privato del piacere di vedere una grandissima band.
Che poi – per carità – meglio il tour di Suffer che il tour di The New America… ah, vendo CD-R masterizzato chi lo vuole? A essere onesti c’è I Love My Computer che vale tutto il disco.
Sono circa le 23 e il concerto termina. Il Professore scappa nel backstage per leggersi l’ultimo paper di Lamarck, mentre i saluti ed i ringraziamenti spettano al buon Jay Bentley che – vestito come solo Jerry Hormone saprebbe fare – si è dimostrato in assoluto il migliore in campo: piroette, sorrisi, plettrate sprezzanti e spruzzi di cromosoma XY che investono anche me che seguo il concerto da un dirigibile. Followato subito su Instagram.
Nel dirigermi verso l’uscita incrocio il mio ex-soldatino Nico che – a differenza mia – i Bad Religion se li è già visti 3-4 volte. Ne approfitto per chiedergli della performance e anche lui conviene con me su qualche passaggio più spompo di altri. Ci salutiamo guardandoci in faccia e urlandoci con gli occhi un sonoro “… e sti cazzi”.
Non penso ci siano altri scemi che nel 2018 non si siano ancora visti i Bad Religion live, ma in caso fossimo stati entrambi giovani nella stessa parrocchia di pipparoli… bè, ora sapete che alla prossima occasione non potete assolutamente perderveli.
Ah! Guarda caso suonano al Bay Fest in Agosto… fossi in voi andrei senza pensarci, alla peggio avrete l’occasione di comparire in un V-log di Cantelli che dice cose a caso (più a caso di questo report) e saluta gente.

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