di Mob

I Gerson! Non di sicuro nella mia personale Top10 musicale, ma sicuramente una band a cui associo tantissimi ricordi del periodo più caldo della mia vita, quando ancora compravo tutti i dischi e le riviste (cit.) e andavo ai concerti dei Gerson per guardare con ironia i fan dei Gerson, colpevoli di non aver mai abbracciato la religione del ramonescore (pre-Imbalzano)… colpevoli – diciamocelo – di essere al 65% ragazze che ai miei concerti non sarebbero mai venute (in tutti i sensi).
Il primo ricordo che ho dei Gerson è il Ciuspi (Snookys, Hakan e altra roba garage minore) che mi regala il primo disco masterizzato dicendomi “diffondi il verbo”, ammiccando da piacione senza avere alcun motivo reale per farlo.
Il secondo ricordo che ho dei Gerson in questo momento non riesco proprio a farmelo venire in mente, ma il terzo ricordo che ho dei Gerson è Zano col pedobaffo che limona una tipella all’All Blacks di Bovisio Masciago sotto gli occhi stupiti di una manciata di genitori guardoni.
Il quarto ricordo che ho dei Gerson è di Bino che insulta i fan dei Likely Lads per essere dei borghesotti viziati e Fra dei Likely Lads che posta la foto di Steve Gerson con la t-shirt dei Likely Lads. Un vero e proprio cortocircuito spazio-temporale che si sarebbe meritato un meme.
Il quinto ricordo che ho dei Gerson è che la gente ai loro concerti si divertiva per davvero e loro riuscivano a conquistare folle di ragazzini senza dover per forza cantare di canne, comunismo e Mussolini (cosa non da poco se si pensa che nel 2019 pure Jim Carrey sembra essere diventato un fan dei Punkreas).

Ma questa recensione non parla dei Gerson.

Questa recensione – che è a tutti gli effetti un live report – parla invece dell’addio al celibato di Bino, perché Bino si sposa e noi decidiamo di portarlo in gran segreto a vedere il primo live solista di Paolo Gerson. Settimane di attenta preparazione per poi venire a sapere che Paolo ha inavvertitamente spoilerato tutto a Bino. Fa nulla Paolo, ci hai regalato due risate sincere.
Ebbene sì, è uscito un disco solista di Paolo Gerson che però non ho ancora ascoltato del tutto e quindi non dico (quasi) nulla a riguardo (ho riletto tutto e alla fine non è vero). Il concetto è che Paolo non calca i palchi milanesi e italiani da anni (forse 2011?) e nel vuoto pneumatico in cui si era fatto avvolgere decide di tornare alla ribalta – badate bene – non con un tweet su Mussolini, ma con un disco che strizza l’occhio a quel sound di quando sei troppo grande per fare punk, ma allo stesso tempo sei anche troppo stanco per scopare e quindi decidi di non fare indie (considerando poi che ora gli indie ascoltano la techno) e allora scegli di farti i cazzi tuoi senza porti delle regole. Proprio per questo motivo il risultato non è di facile digestione, ma considerando che esiste il digestivo Antonetto sono certo che prima o poi questo disco schizzerà nella Top10 dei dischi che attendono di entrare nella mia Top10.

Vi risparmio i dettagli dell’addio al celibato perché effettivamente potrebbero non interessarvi. Alla fine però siamo andati anche al Dr.Creatur di Martino a ballare i Turbonegro.

La serata di Paolo si svolge al Serraglio di Milano, un localino davvero figo in cui metto piede per la prima volta perché – si sa – non vado più ai concerti.
In apertura ci sono i Vintage Violence che – anche se loro fanno di tutto per cancellarlo dal web – sono quelli di “Burned Out Brain“, dischetto zozzo zozzo che ho recensito nel 2003 (forse 2004) su Punkwave fra una versione di latino, un logaritmo e un’assonometria cavaliera. By the way la canzone Nick era una gran figata (parlava di Nick Kent?). Il rischio di piangere pensando ai miei 16 anni è talmente alto che decido di perdermeli… in realtà è Google Maps che impazzisce facendoci arrivare al Serraglio giusto in tempo per beccarci la prima nota della band di Paolo. Sorry Vintage Violence, ma tanto sicuramente non avreste fatto i pezzi di quel disco.
Alla batteria della band di Paolo Gerson abbiamo Sergio Gerson, alla chitarra e voce Paolo Gerson himself, alle tastiere (e occasionalmente chitarra) il Signore degli Abruzzi (riesumato con sorpresa dalla mia labile memoria), alla prima chitarra un chitarrista che suona anche l’ukulele, al basso un esagitato Ette Gilardoni e alla seconda chitarra un testosteronico figaccione vestito da Radio Days che fa bagnare in maniera anche abbastanza imbarazzante un paio di amiche.
Mentre cerco di non scivolare sul liquido dei condotti parauretrali delle suddette, mi porto in prima fila assieme al futuro sposo, a Zano (senza pedobaffo) e agli altri amici. I primi due pezzi trasudano tutta l’emozione della “prima volta” e già mi metto dalla parte di chi “eh, ha voluto fare il passo più lungo della gamba con sti suoni froci alla Stato Sociale“. Dal terzo pezzo in poi la band si trasforma portando a casa un concerto magistrale… e subito mi schiero con i supporters di vecchia data abbozzando un “non avevo dubbio alcuno” che mi si legge da un miglio la merda che sono.

Dal punto di vista strumentale sembra di ascoltare un disco vero. Gli arrangiamenti sono fighissimi e i suoni del locale rendono loro la meritata giustizia.
Le canzoni – che ad un occhio disattento potrebbero sembrare un po’ noiosette – in realtà sono piccole gemme di sincerità che vengono cantante da Paolo con la tenera insicurezza di chi ci ha messo il cuore, cercando di lasciarsi alle spalle l’ingombrante personaggio del passato del tutto conscio che il passo falso sarebbe potuto essere dietro l’angolo. Per quanto non ancora nel pieno della sua maturità artistica, il lavoro di Paolo segna un importante traguardo musicale in una carriera di tutto rispetto. La cosa veramente ammirabile è la dose di umiltà che ci mette per tutta la durata del live. Solitamente chi svolta verso sound più adulti inizia ad ammantarsi di una finta-saggezza da negozio di vinili sui navigli che porta ad auto-proclamarsi “artista completo”, “guru musicale” o “social media manager”. Il primo passo è rinnegare il passato, il secondo è vantarsi di aver scoperto gli accordi di settima maggiore, il terzo è ascoltare i Negrita convincendosi siano pure fighi. Ora… non metto la mano sul fuoco per la storia dei Negrita, ma sicuramente Paolo non ha fatto ne il primo ne il secondo passo e questo ci rende tutti molto, molto felici e molto, molto fieri.
Fra un pezzo nuovo e l’altro la band ha pure il tempo di piazzare alcune canzoni dei Gerson ri-arrangiate con maestria – e non vi dico quali gne gne gne – che arroventano un po’ la situazione delle prime file. Paolo è plastico e flessibile, mai troppo macho e mai troppo Ermal Meta e nella sua grande umiltà si ricorda di ringraziare il Serraglio indicativamente prima di ogni pezzo. Grazie Serraglio!

Tiriamo le somme perché se no poi mi perdo in uno stream of consciousness noioso e poco garbato per i lettori.
Mi sento di promuovere – quasi – a pieni voti questo progetto di Paolo Gerson che nella dimensione live non annoia nonostante la sovrabbondanza strumentale che – al contrario – crea un muro di suono frocio e mascolino allo stesso tempo. C’è il pezzo da ballare, c’è quello da cantare, c’è quello da ascoltare e c’è quello riflessivo. C’è pure quello con le maracas suonate da un sempre più analogico Ette-Boy. Una nuova vita è iniziata per Paolo, diciamo che se fosse un’evoluzione di un Pokemon sarebbe un bel Kakuna, che è molto più figo di Weedle, ma non è ancora Beedrill. Unica nota negativa: la gente in sotto-numero rispetto alle mie personali aspettative. Ci saranno state una settantina di persone (che non sono poi pochissime), ma a parte qualche raro caso i vecchi fan dei Gerson hanno marcato visita in blocco. Che si siano messi ad ascoltare ramonescore ora?

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