Di Matteo Pizzuti

Quando si parla di Play Dirty stiamo parlando di punk rock, fino a qui ci siamo, ma credo che dire punk rock sia un po’ vago, sopratutto al giorno d’oggi.
Bene, non è pop punk, easycore con il suo alternarsi di melodie/sfuriate, non è hardcore punk, non si urla qui, ma nemmeno melodic hardcore, i bpm dei brani non fanno venire la tachicardia.
E allora, che cazzo è?

Lecito arrabbiarsi, la sto tirando per le lunghe, ma è difficile identificare ciò che sto ascoltando. Signori e signore, abbiamo di fronte 32 minuti di sporchissimo garage punk, ma non sporco nel senso di aggressivo, sporco proprio perché ha un sound grezzo e, dopo il primo ascolto, rischi di ritrovarti le mani impiastrate di olio motore.
Questo sottogenere, nonostante non abbia lo stesso seguito dei suoi fratelli punk, ha il merito di sfornare spesso fior fiori di gruppi come The Hellacopters e Thee Michelle Gun Elephant.

Cosa aspettarsi allora?
Provate ad immaginarvi dei classici riff rock ’n’ roll, diciamo stile AC/DC, ma mandateli alla velocità dei Ramones. Ecco, in poche parole, molto semplificato, si tratta di questo.

The Dirty Jobs sono di Roma e finora hanno pubblicato questo album nel 2015 e un EP nel 2017, entrambi autoprodotti.

L’album è talmente naturale e liscio che, anche al primo ascolto, sembra quasi di conoscerlo già, ma attenzione, non per la sua banalità. E’ difficile da spiegare come sensazione, ma passa attraverso le orecchie con una tale facilità e naturalezza, che sembra averti accompagnato per chissà quanto tempo in questi anni. Poi ti ricordi di averli conosciuti tipo ieri.
Dalla prima all’ultima traccia scorre benissimo, non annoia, e soprattutto fa smuovere il culo! E’ esattamente quel tipo di musica che dal vivo ti fa chiedere Dovrei pogare o dovrei ballare selvaggiamente? Ma tanto comunque sei ubriaco quindi ti metti a fare entrambe le cose molto male, con un risultato orribile. Un ondeggiamento fuori tempo e sconclusionato, pigliando più spallate di quante tu ne riesca a dare. Ma ripeto, sei ubriaco, non ti accorgi di niente. E nemmeno gli altri, visto che sono ubriachi anche loro.

Devo fare una menzione d’onore per l’ultima traccia. Sono un punk rocker veramente appassionato a quasi ogni sottogenere di questa musica. Un’altra mia grande passione musicale è il metal, Judas Priest in particolare, gruppo che a livello personale significa molto per me. Quindi quando ho notato che l’album si concludeva con una cover di Living After Midnight, tra l’altro reinterpretata molto bene, sono andato, per usare un termine tecnico, in brodo di giuggiole.

Spero possa capitare anche a voi. Non posso essere così malato solo io, vero?

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