di Matteo Pizzuti

Era un po’ che lo attendevamo. E alla fine è arrivato. La seconda edizione del nuovo festival romano Marci Su Roma. In un anno ha subito una metamorfosi, da una serata al Trecentosessantagradi, alla quale, purtroppo, non sono stato presente, ad un mega evento al CSOA Strike con ospiti internazionali più che noti. 
Nonostante il tempo avverso c’era molta gente. Da Roma e da fuori. Un pullman era partito dal Veneto, con tappa a Bologna, per permettere alla gente di quelle zone di poter assistere al concerto.

Prima che inizi la vagonata di gruppi, vengo a sapere che purtroppo, non so per quale motivo, le Hyle non potranno esserci. Peccato, perché ero molto curioso di vederle.

Gli Urto Nudo salgono sul palco. L’averli visti circa due settimane prima allo Spinacity Rockers non smorza il mio entusiasmo per loro. Al solito, uno show energico e divertente. Sanno bene cosa vuol dire fare hardcore. Sanno quando scherzare e quando essere seri. Sanno il fatto loro. Il pubblico parte a pogare e a crowdsurfare da subito. Ottimo.
Avrebbero dovuto suonare, subito dopo, i IX Bolgia, ma per motivi lavorativi dei membri, vengono spostati a tarda notte. 

Si passa ai  Culto Del Cargo, band di Treviso. I toni cambiano decisamente. Da un hardcore più classico si passa ad un crust pesantissimo, con parti vocali al limite con il death metal. L’aria stessa diventa pesante, le cavalcate furiose di batteria si alternano a marci rallentamenti, le note diventano rumore, ma quel rumore che ci piace tanto e che ci fa sfogare. Finalmente. Ne avevo bisogno.

Dopo di loro è il momento dei Minoranza Di Uno, dal profondo Nord-Est. Il loro hardcore non è per niente banale, ritmi velocissimi, riff di ispirazione Kina e Husker Du, testo quasi parlato che espone messaggi politici ben chiari. Sul palco ci stanno benissimo, mi fanno rimanere con l’attenzione altissima per tutta la durata del loro set. Veramente grandi. Ne avevo sentito parlare ultimamente, a causa del loro nuovo EP. Andrò sicuramente ad approfondire.

Ed ecco la prima band internazionale a salire sul palco di questo festival. Direttamente da Londra, gli storici The Restarts. Non sono una band che abbia mai approfondito più di tanto, li conoscevo poco in studio e per nulla dal vivo. Folgorato. Durante il loro set, i tre londinesi prendono letteralmente  possesso del pubblico. La gente poga e si agita come se la stanchezza fisica non esistesse. Pezzi di matrice hardcore/street punk più tirati lasciano talvolta spazio a brani ska mandati a bpm incredibili. Dopo circa un’oretta di scaletta finiscono e scendono dal palco. Questo è l’unico motivo per cui il pubblico smette di pogare. 

I The Restarts danno il cambio ai cesenati Contrasto, ormai storica band del panorama hc italiano. Quasi un’ora di hardcore punk vecchia scuola. Tra un pezzo e l’altro si lascia spazio a discorsi politici e sociali, più che giusti in quell’ambito. Anzi, diciamo che sono sempre e comunque giusti. Perché chi continua a dire basta politica mentre ascolta punk, allora farebbe bene a cambiare genere musicale.

Direttamente dalla Napoli degli anni ’90 ecco arrivare gli Undertakers, che fanno risuonare lo strike di growl e lo scuotono fino alle fondamenta. Grindcore e death metal, suonati da una band più che affermata, sono in giro dal 1991, si incontrano e creano un set fenomenale e potentissimo.

Largo alle star della serata. Ecco gli Oi Polloi, i dinosauri scozzesi che tutti stavano aspettando. Suonano un’ora piena, forse qualcosina in più. Sottolineano l’importanza di definirsi antifascisti oggi e sempre. Ammettono di essersi informati sulla situazione politica italiana nei giorni precedenti e, dopo questa spiegazione, decidono di intonare un bel Salvini Fuck You. I membri sono cordiali e caldi con il pubblico, quasi in contrasto con la musica che suonano. Vengono toccati grandi classici come Punx Pic Nic e Bash The Fash. Quando scendono dal palco la temperatura dell’ambiente è salita di qualche grado. Si suda stando fermi. Nonostante fuori ci sia il diluvio.

Sono le due circa. Mancano quattro gruppi, ma comincio a non reggere più. Rischio di demordere, ma decido di rimanere per altri due gruppi. 

Non potevo prendere una decisione migliore. Gli Affluente di Ascoli Piceno, che, nonostante la loro notorietà, non avevo mai visto dal vivo. Decidono di tenere lo show più energico di tutto il Marci Su Roma. Per tenere un set così intenso, altri gruppi avrebbero bisogno di cinque cantanti. Loro lo fanno con due. Il pubblico è letteralmente impazzito. Gambe per aria, gente sul palco, mani per terra. Un unico essere fatto di carne e vestiti invita la musica appena nata sul palco ad un ballo impazzito e sfrenato chiamato pogo. Una situazione così frenetica che però prende una piega così poetica.

L’ultimo gruppo per cui decido di rimanere sono i cari IX Bolgia, dalla Tuscia. I giovanissimi membri non temono il confronto con nessuna delle band precedenti. Sanno benissimo di essere all’altezza. Sì, anche all’altezza degli Oi Polloi. In quella mezz’ora in cui sono sul palco, insegnano a tutti come creare dell’hardcore dalle sfumature oscure, quasi a voler ricordare i Nerorgasmo. Ma non hanno certo bisogno di essere accostati ai grandi gruppi del passato. Loro sono i IX Bolgia e questo basta. Chiamano sul palco membri degli Ira e degli UrtoNudo a cantare e a suonare insieme a loro. Una scena che cresce e va avanti insieme. Se il futuro è nelle mani di gente così, allora non ho paura che la scena possa morire.

Sono le quattro e mancano due gruppi, ma non ce la faccio più. E’ dalle 19 circa che corro da una parte all’altra per fare foto. Rimpiango di dovermi perdere gli Overcharge e i Motron, ma non reggo oltre. Il ritardo con il quale è cominciato l’evento, purtroppo, a quest’ora si fa sentire tutto. 
Torno verso casa. Quante band avrò visto? Una decina? Wow.
L’anno prossimo ci vado pronto. Voglio vederle tutte. Perché tanto ci vado.

Photo by: relative_negative (Giacomo Stradaioli) e Matteo Pizzuti

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