di Matteo Pizzuti

Che serata ragazzi! Avete presente quelle serate dalle quali tornate dicendo Mi è piaciuta ogni singola band, hanno suonato egregiamente tutti e si è sentito anche abbastanza bene! ?
Non ce le avete presenti, vero? Beh, perché succede molto raramente che capiti una serata in cui non ti salga il rodimento di culo almeno per qualcosina di insignificante. E poi, detto tra noi, quante volte capita di usare la parola egregiamente? Mai, appunto.
Però sabato scorso è stata una di quelle rare serate in cui tutto è andato bene, sono tornato a casa col sorriso di un ragazzino di 15 anni che ha visto per la prima volta gli Iron Maiden.
Ma non stiamo parlando degli Iron Maiden o di band milionarie da sold-out allo stadio, parliamo dei Sick Of It All (che comunque non sono certamente una band sconosciuta) e di tre band dell’underground romano.

Si comincia alle 22:00 circa con i Galera, unica band delle quattro presenti che non avevo mai visto dal vivo. Devo dire, bella sorpresa! I loro riff hardcore casinisti si fondono alla perfezione con la batteria di stampo grindcore ai limiti col death metal. Il tutto è condito dalla voce aspra e spesso in scream di Teg, il cantante, che lancia degli urloni micidiali senza mai perdere un briciolo di volume. Non hanno detto molto tra un pezzo e l’altro, forse complice anche il poco tempo a disposizione, quindi probabilmente si è deciso di lasciare più spazio ai pezzi e meno alle chiacchiere. Ci è andata comunque bene.

A metà set dei Galera noto una cosa che mi mette subito di buon umore. I Galera fanno un macello sonoro, ma io riesco a sentire tutto abbastanza bene e non rischio di perdere l’udito.

Se abitate a Roma o dintorni e siete stati a qualche concerto punk, probabilmente li avete visti almeno una volta. Per me è la sesta. O la settima. Non ricordo. Ma nonostante tutto non mi stancano. Quando sento l’Oi della vecchia scuola fondersi con il sound più recente del metallic hardcore, mi si smuove subito qualcosa dentro. Non saprei dire cosa, ma qualcosa.
Ammettiamolo, quando salgono i No More Lies sul palco, tra una canzone e l’altra si sfiora il cabaret. Tra frecciatine e sfottò ai loro amici in mezzo al pubblico e i racconti di vita vissuta del Marinaio (il cantante) il tempo passa troppo velocemente. Anche esteticamente, semplicemente stando sul palco, risultano subito peculiari. Il look da skinhead classico del cantante si contrappone al look da skater anni ’90 del chitarrista, ma non cozzano. I due stili convivono sul palco esteticamente e musicalmente, segno che forse certe lotte intestine nella scena punk, stanno solo nella testa di qualche giornalista che vuole vendere qualche copia in più.

Arrivano loro, ormai un’istituzione nella scena punk di Rom-ehm-Colleferro, i Plakkaggio. Mi era capitato di vederli circa un mesetto fa al Communia e sì, mi erano piaciuti, ma non avevano smosso troppo la mia attenzione. Mi sono dovuto ricredere alla grande. Probabilmente a quella serata non erano in vena, o magari il problema ero io che ero veramente triturato da un concerto a Bologna il giorno prima, perché qui al Traffic hanno veramente tirato fuori la cazzimma. In tre hanno semplicemente creato un muro di suono degno di un quintetto metal (grazie anche alle loro pesanti influenze black). Le canzoni le conosciamo tutti, i loro ritornelli sono praticamente inni da stadio con una chitarra distorta. C’è mancato poco che il Traffic prendesse fuoco. Finisce il loro set in un coro di bestemmie (letteralmente), ma che ci volete fare, l’ultima canzone in scaletta anche in studio finisce così.

Le “star” della serata. Già con i Plakkaggio il locale si era riempito di brutto, ma al loro arrivo, dal palco all’uscita, possiamo tranquillamente dire che la deambulazione era veramente problematica. Lo striscione con la copertina del loro ultimo album, Wake The Sleeping Dragon, che era stato appeso già prima dei Galera, stava finalmente acquistando un significato. Il dragone arrampicato sull’Empire State Building condivide il palco con i quattro newyorchesi, che alternano pezzi dei primi album con cose decisamente più recenti. Lou padroneggia il palco con la sua classica voce a metà tra un urlo e un ruggito, chiacchiera con il pubblico in maniera tranquilla tra una canzone ed un’altra, come si parla tra amici al bar, senza dover per forza mostrare l’alto livello di testosterone, cosa purtroppo molto comune nei gruppi della scena NYHC, per questo considero i Sick Of It All come il gruppo newyorchese più californiano di sempre. Durante i pezzi si crea il classico pit sotto il palco dove succede il delirio con le safe-zones laterali. Va tutto talmente bene che quasi ci si aspetta che qualcosa vada storto da un momento all’altro. Continua tutto liscio fino alla fine, fino alla penultima canzone Scratch The Surface. Si apre un wall of death. Ho paura. Non voglio finirci dentro. Ho mangiato troppo a cena, rischio di vomitare. Eccoli che partono. Mi sfrecciano accanto, ma riesco a non essere ingoiato dal buco nero. E anche oggi riporto a casa la pellaccia. Chiudono con un’ultima canzone, salutano e se ne vanno.

E’ andato tutto bene. Sembra quasi strano. Non ho fatto l’incidente tornando a casa. Ma vabbè, sarò io il pessimista, come al solito. Forse dovrei stare più rilassato.

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