Di Yanothing

La mia ultima trasferta è stata uno dei viaggi più noiosi ed estenuanti della mia vita, non tanto per la durata, non tanto per la puzza di sudore caratteristica di ogni Flixbus, ma perché l’idea di giungere a Lampugnano, passando proprio davanti la tua meta di destinazione, per poi dover tornare indietro con l’autobus circolare e le sue mille fermate, metterebbe a dura prova la pazienza di chiunque.
Voglio dire, non che mi importasse arrivare in anticipo per accaparrarmi un posto in prima fila, per carità tenetevi la vostra transenna, io devo ballare. L’unico vero problema è che i mezzi di trasporto che ledono la mia organizzazione mi fanno perdere la capoccia.
Alla fine giungere al Santeria Social Club è stato più facile di quel che poteva sembrarmi sul momento, anche perché lunedì era davvero una bella serata, da godersi, tra chiacchiere e sigarette.

All’apertura la gente è davvero poca e le cose non cambiano con l’arrivo sul palco degli Anteros, band di apertura per le date europee del tour promozionale di Berkeley’s On Fire. La band londinese sfoggia sul palco un mood anni 70’ che padroneggia sia la loro presenza scenica, sia le loro sonorità. Vengono definiti dream pop, ma lo trovo denigratorio e inesatto, sempre che io abbia capito cosa si intende per dream pop. L’attenzione si focalizza tutta sulla cantante, Laura, un animo selvaggio dalle movenze ipnotiche che non fa altro che metterti voglia di ballare. Sebbene la strada davanti a loro sia ancora lunga hanno già il loro perché e alla fine, seppur non rientrando nel mio ideale musicale, non sono passati inosservati.

Le luci si spengono, dopo un breve cambio palco, e le note di Steve Got Robbed accompagnano l’entrata dei californiani che restano al buio per un po’, mentre qualcuno comincia già a ballare. Alla fine di questo intro il pubblico, che nel frattempo è anche aumentato, è pronto a scatenarsi sulla prima canzone, Trashbag Baby.

Il live scorre, con wall of death incitati da Cole nel quale mi butto senza pensarci due volte. Nonostante il pessimo risultato e la caduta effetto domino in cui sono rimasta coinvolta, pogare resta sempre una delle cose più belle che si possano fare. Si, perché non ti importa di quanti lividi avrai la mattina dopo, non ti importa di quanti dolori muscolari e articolari potrai portarti dietro nella settimana a seguire, l’unica cosa che hai nella testa in quel momento è che sei lì, stai vivendo il momento, ti sfoghi, canti, soffochi, c’è puzza di sudore, ma in realtà non la senti, in certe occasioni sai di correre rischi perché sei piccola come una mentos e a schiacciarti non ci vuol nulla, ma tu lo fai comunque perché pogare è figo, ma sopratutto liberatorio.

Gli SWMRS sono più energici che mai, Cole balla e io con lui, a tratti mi dimentico di tutta la gente che ho intorno, ballo, ballo e non ci penso, a nulla, lascio che gli ultimi mesi scivolino via senza nemmeno provare a trattenerli, ho già detto che questo è un nuovo inizio e allora così sia. Tralasciando la presenza di Jakob Armstrong (si l’altro figlio), che ha reso l’esibizione più completa da un punto di vista strumentale, i ragazzi sono migliorati e sfoggiano maturità sia come persone che come artisti e anche il pubblico presente mi sembra più maturo dello scorso live al Tunnel Club. Questo non significa che la presenza di genitori fosse nulla, anzi, ma sorvoliamo.

La scaletta ci regala musica per più di un’ora, anche se qualche nome salta l’appello, come Drive North e Miss Yer Kiss. Per il resto c’erano tutte, tutte quelle necessarie, tutte quelle che servivano a noi per divertirci e a loro per rimarcare il loro messaggio socio-politico. Non mancano gli scontri con la security un po’ troppo turbolenta, non mancano le risate, non mancano i discorsi ispiratori sull’essere in un posto sicuro dove poter essere se stessi. E io su ciò che è accaduto con la security vorrei anche dirvele due parole, ma il fatto è che quando ci si accanisce su un ragazzo di dieci chili più magro di te, spingendolo contro il muro, solo per aver fatto crowdsurfing, non ho proprio nulla da dire.

Ad ogni modo il live scorre tranquillo e gli SWMRS ancora una volta rimarcano la loro attitudine al fare semplicemente quel che gli va di fare e lo fanno in modo impeccabile. E se già su disco la loro proposta mi aveva convinta, live mi ha convinta ancora di più. L’energia positiva che la band di Oakland riesce a portare sul palco, e tra il pubblico, è qualcosa di raro, qualcosa che da tempo non scorgevo più tra le band più “giovani” ed è importante riconoscere la necessità di tale capacità, perché se c’è una speranza che la musica, quella con un valore e con un senso d’esistenza, sopravviva, bisogna riporla proprio in quest’ondata new wave. Non biasimatemi se nel mezzo dei brani storici sento la necessità di piazzarci cose fresche ed esuberanti come la musica proposta dagli SWMRS.

Concluso il live, con un sorrisone sul viso, si lascia la venue e dopo una mangiata di frittura e una breve dormita si rientra a casa, non ho ancora contato i lividi che ho addosso, ma se questo è il prezzo che devo pagare per sentirmi me stessa ben venga.

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