di Yanothing

Si torna sui primi passi, si torna sul punk rock come non ne recensivo da tempo e si, devo ammettere che un po’ mi manca, nonostante non sia del tutto colpa della mia inattività latente, ma anche del fatto che le uscite in chiave ramonescore degli ultimi tempi mi hanno lasciata abbastanza delusa, o comunque senza troppe opinioni a riguardo, insomma, nulla che mi abbia colpita, sia positivamente che negativamente. Ad ogni modo l’onore di riportarmi sul percorso dei punti scena e, magari dopo questa recensione, di farmene guadagnare qualcuno, spetta ai The Slurmies con il loro self titled, fresco fresco di stampa.

Inizio con il dire che questo disco ha riportato alla mente non pochi ricordi, ricordi di un periodo a me così caro eppure così lontano, un periodo in cui Montecchio Maggiore, quella rotonda di paese sperduto nella provincia vicentina, era pressoché casa per me, per noi. In un certo senso è uno dei diversi punti di partenza che ha avuto questo progetto e i The Slurmies, seppur con nome diverso e qualche variante in formazione, sono stati tra i primi ad aprirci le porte della scena. Ai tempi li conoscevano come The Vaseliners e sono passati sulle nostre pagine non poche volte.
Ascoltare questi suoni, così nuovi eppure così familiari, cantare insieme a questa voce così amichevole, tutte robe da sentimentali (come me) che stanno causando scompensi alla mia psiche, perché la Mesa, la furga di Lupo, Save prima della sua fuga spagnola, Moyano ubriaco, sono tutte cose che mi mancano, non lo nego, e con questo disco è un po’ come se mi fossi resa conto di essermi portata un pezzetto di tutto ciò sempre con me.
Adesso basta, parliamo del disco, che con i sentimentalismi non riceverò i soldi del punk rock.

Il disco parte alla grande, i cambiamenti in formazione fanno sperare bene, anche se paragonare le due band, seppur scontato, è sbagliato, le differenze ci sono e si sentono, partendo da un sound più ricco che mancava ai tempi dei vasella, forse si stanno prendendo un po’ più sul serio, d’altronde ne hanno la possibilità. C’è da dire che la presenza della precedente formazione, ovviamente c’è, sono pure presenti due canzoni forgiate ai tempi, ma mai registrate, Freezing Cold e Bad Feeling.

I riff sono forti, veloci, la batteria, seppur a tratti disordinata, è tosta, menzione d’onore per l’intro di My Name Is Sean (and you know it) che già al secondo ascolto è ben piantato nella mia testa.
L’apertura, Jesse Pinkman è un’apertura intelligente, mette la giusta curiosità per continuare l’ascolto, e permette alle successive nove tracce di snodarsi al meglio, seguendo un solo filo conduttore, quello che conosciamo come il buon caro ramonescore mescolato all’amore per un unico dio, quello donnola.
Forse ci sono aspetti che potevano risaltare maggiormente, ma un buon songwriting e la sinergia tra gli elementi fanno si che questi appena venti minuti di ascolto filino via lisci, senza troppi intoppi, con piacevolezza, forse un po’ di ridondanza in certi punti l’ho avvertita, ma questa è anche una pecca del genere, questa roba o ti piace o la odi, no?

Resta davvero poco da dire, questo è un disco che parla da se, non ha bisogno che vi dica io cosa sta succedendo, si tratta “solo” di un’uscita che mi offre un barlume di speranza tra tutti questi dischi anonimi e inconcludenti. Se l’attitudine è il punto di partenza di una band punk rock qui l’asticella si è alzata e di sicuro non resterete delusi.
La passeggiata nel viale dei ricordi non è stata semplice, lo ammetto, e questo è un disco che per me significherà molto, lo so, quindi un grazie personale a quei cari ragazzoni che tanto mi mancano.

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