di Matteo Pizzuti
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No, questa volta non vi parlerò di Roma. Vi parlerò di Viterbo. E ok che Viterbo è ad un’ora di macchina da Roma. E va bene che le province di Roma e Viterbo confinano e sono entrambe nella stessa regione. Però sono città diverse. Quindi, parlo di qualcosa di diverso.
Il Tuscia Hardcore è un festival ormai ben conosciuto non solo nel Lazio, ma un po’ in tutta Italia. Siamo arrivati alla sua settima edizione e per la prima volta, quest’anno si è tenuto al CSOA Valle Faul.

Tralasciando le parolacce dette durante la ricerca del luogo, tralasciando i giri a vuoto nelle strade strerrate della campagna viterbese, passiamo al festival.
La location mi lascia subito di stucco. E’ un ex fienile, o un ex granaio. Vabbè, è la stessa cosa, no? Penso subito a come saranno ridotte le mie orecchie a fine concerto. In realtà, per essere veramente un ex fienile, si sentiva tutto anche abbastanza bene, ripeto per essere un fienile, e non ho accusato nessun abbassamento di udito alla fine. Bene.

Arrivo durante la proiezione del documentario sui Kina, che avevo già visto qualche settimana prima al Forte Prenestino. E’ molto interessante, devo dire, forse un po’ lunghetto per i miei gusti, ma sicuramente rimane interessante. Una visione completa sulla band, gentilmente offerta da Gianluca Rossi.

Alla fine del documentario si parte con la musica.

Partono gli autoctoni IX Bolgia. Li avevo già visti al Till Death Fest. Si riconfermano un gruppone. Hardcore classico all’italiana, dai tratti molto oscuri, cantato in italiano. Erano lì per presentare la loro prima demo. Palco tenuto benissimo, set molto corta, ma va bene così, sono abbastanza recenti, non so quanto possa essere lungo il loro repertori

Breve cambio palco ed ecco arrivare i 40127 Skinheads da Bologna. Il loro Oi non mi ha annoiato, cosa che mi succede spesso con l’Oi. Hanno delle belle melodie, e non si limita tutto ad un inno cantato in coro sul ritornello. Hanno sicuramente qualcosa in più della classica band del genere. Ed un applauso al chitarrista, che ha cercato di cambiare una corda della sua chitarra durante l’esecuzione di un pezzo. Con scarsi risultati, ma veramente ci ha provato a fare la mossa da pro-player.

I napoletani The Radsters buttano tutto in caciara proponendo un hardcore molto influenzato dal garage spinto. Le canzoni, velocissime, ricordano pesantemente Motorhead e Zeke. Finiscono anche loro in breve tempo.

Ecco i Choke Wire di Roma. Ve ne ho già parlato sul report del concerto degli Svetlanas. Carri armati. Carri armati schiacciasassi. Carri armati schiacciasassi che lanciano bombe atomiche. Non ci sono tanti modi per descriverli, Integrity e Cro-Mags portati al limite dell’aggressività. Anche se quell’immagine del carro armato schiacciasassi che lancia bombe atomiche funziona meglio. Secondo me.

Una cinquantina di minuti dopo fanno il loro ingresso i Desacato Civil, dal Brasile. Non avevo sentito mai parlare di loro, quindi ero piuttosto curioso. Bella scoperta! Hardcore classico a due chitarre violento ed aggressivo, ma poco metallico, con buone influenze sia dall’ hardcore inglese, sia da quello americano. Il cantante, Xandi, ha una voce urlata che rasenta la perfezione.

È il turno dei Nofu. Ecco, coi romani NOFU il discorso è un altro. Nonostante la loro performance spettacolare ed adrenalinica, come al solito, nell’aria c’era una buona dose di tristezza. Annunciano che quello è il loro l’ultimo ultimo concerto prima che Luca, il bassista, si trasferisca ad Amsterdam. Ora, questo non vuol dire che i NOFU si  sciolgano, non vuol dire che cambino bassista, ma sicuramente li vedremo un po’ meno. E vedere un po’ meno un gruppo come i NOFU è una grandissima perdita. Comunque, il loro lavoro su quel palco, l’hanno eseguito alla perfezione. Quaranta minuti di set tra salti, urla e sudore. Energia allo stato pure. Vi annuncio che ben presto mi risentirete parlare di loro.

Arrivano gli IRA da Civita Castellana/GenzanoNe avevo sentito parlare molto, ultimamente. E soprattutto, ne avevo sentito parlare molto bene. E le voci che mi erano giunte erano veritiere. Sono una figata! Concettualmente molto simili ai NOFU, hardcore quasi primordiale, senza altre influenze, solo hardcore. Anche lo show è simile, il cantante salta da una parte all’altra e si butta per terra. Complimenti IRA, avete un nuovo fan!

Adesso è il momento dei big, dei due gruppi che tutti stavano aspettando.

I leggendari Kina, i protagonisti del documentario proiettato prima del concerto fanno la loro entrata sul palco col pubblico in delirio. Ci sono tutti ad adorarli, quelli che erano punk negli anni ’80 e sono cresciuti con loro, e quelli più giovani che li hanno scoperti da poco. Tutti conoscono le loro canzoni. Non dicono quasi una parola tra un pezzo e l’altro, l’atmosfera è onirica. Fuori parte il diluvio universale, ma che ci interessa, non ci piove dentro i fienili. E anche fosse crollato il tetto, non ce ne saremmo comunque accorti. Purtroppo anche loro hanno dei limiti e la setlist, ripeto, purtroppo, finisce dopo circa 1 ora e mezza.

Non facciamo in tempo a salutarli, che sale sul palco l’ultimo gruppo, il secondo dei bigFate i Nabat è ormai un meme nella scena punk italiana.
Ebbene ecco a voi il gruppo che fa i Nabat più di tutti: I Nabat.

Accolti da un tripudio di voci e cori, partono subito con le prime canzoni. Peccato che tipo alla quarta salta la corrente.

Ma il Tuscia HC si lascia spaventare? No! Il gruppo non può cantare? Bene, canta il pubblico. Si parte con un classico coro “E’ IL TUSCIA HARDCOOOOOOORE LALA LA LA LA LALA LA” Per poi finire a cantare tutti insieme la canzone degli elefanti che si dondolavano sopra al filo di una ragnatela. Al sesto elefante torna la corrente. I Nabat possono tornare a fare i Nabat.

Che dire? Ho scoperto un ambiente bellissimo a un’ ora di auto da casa. Sarebbe carino cominciare a frequentarlo un po’ di più. E chissà che non accada. L’organizzazione dei ragazz* di Cantina Del Gojo sembra fantastica. Li ringrazio veramente tanto per avermi fatto assistere ad una serata del genere!
Ma è ora di tornare a casa. La Cassia è allagata e vari alberi si sono abbattuti sulla strada. La pioggia impedisce di vedere oltre il parabrezza. 
La morte per incidente stradale è quotata 10 a 1.
Morirò.
Ma morirò dopo aver visto il Tuscia HC. Insomma, ci si può accontentare, no?

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